LA PAGINA DI

NAZZARENO GIORDANO

MESSINESE D.O.C.

A MONZA PER LAVORO

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IL PORTO

 

GALATI


 

A ME CITTA’

  

Quannu veni a matina                                                  s’addumunu li luci

intra a Messina ,                                                           arreti a na finestra.

u suli brisci                                                                   s’addumunu li luci

arreti a li muntagni.                                                      nta li stradi.

U primu raggiu bacia                                                   sona lu ferribotti

i piscaturi ,                                                                   chi passannu dici,

chi travagghiaru                                                           fratuzzu mei,

tutta na nuttata                                                             ma cu tu fa fari ?

 

Patti nu ferribotti                                                         E comu voli Diu

o cuntinenti,                                                                passau nautra jurnata

mentri c’e’ nautru                                                       dumani si cumincia

chi gia’ s’arricogghi                                                   nautra vota.

passannu di vicinu                                                      si isa lu sipariu

a Madunnuzza ,                                                            pi nautra sceneggiata.

chi isa a manu soi

benidicenti. 

Sonunu li sireni a lu canteri

e u muraturi cu so’ fagutteddu

sempri , prima d’annari

a travagghiari,

saluta so mugghieri e u picciutteddu. 

Tutti nesciunu fora di so casi ,

s’apruni nautra vota li putii,

nte stradi gia’ camina tanta genti

c’e’ cu travagghia,

e c’e’ cu non fa nenti. 

Cosi’ viatu passa la matina

e prestu s’avvicina menzionnu ,

li fimmini c’annaru  a lu mercatu,

nta li so casi

gia’ fannu ritornu. 

Priparunu u manciari pi mariti,

cu i sardi chini,

e cu lu piscistoccu,

cu li bracioli

e cu a pasta cu maccu. 

Passunu l’uri

e nui non n’accurgemu,

si scudduria la vita,

e nui criscemu. 

Si ficiru li cincu,

e gia’ lu suli

chi stamatina , cuminciau lu jornu,

a picca a picca

arreti a Ntinnammari ,

comu nu latru gia’ si va’ mmucciannu.
SI SAPI "U TEMPU
OGNI FERITA SANA."
COSI' DICI LA GENTI.
OGNI SPECI UMANA
A DIFFERENZA I TUTTI L'ANIMALI ,
JAVI NTA TESTA
NA GRAN COSA STRANA.
NA BELLA COSA,
NA GRAN NVINZIONI.
PASSUNU L'URI,JORNA,
MISI E ANNI
E TANTI COSI,TI FA LLOPPIARI.
 
MI DISSI UN VECCHIU,
CA VISSUTU HA ASSAI,
"SI QUACCHI COSA
TU NON POI SCURDARI,
CI C'E' QUARCOSA
CHI DISIDIRAVI,
CHIUDILI ARRETI A PORTA
E JETTA A CHIAVI"
 
E IN VERITA'
COMU TANTI AUTRI FANNU,
CIRCAI CU TANTI SFORZI,
DI SCURDARI.
PASSARU CCHIU' I TRENT'ANNI
E NTA LA MENTI,
RITORNA CU NZISTENZA,
U STRITTU I MARI,
L'ETNA CHI FUMA,
U CIAURU I GERSUMINU,A ZAGARA,
A ME' GENTI,
MONTALTU E CRISTU RE,
DINA E CLARENZA.
 
E' CHIARU CHI A STU PUNTU 
CI RIFLETTU,
QUANNU CHIUDIA A PORTA
CHIANU CHIANU,
A CHIAVI INVECI DI ITTARLA
A MARI.
MA TINNI STRITTA STRITTA
NTA LA MANU.

 

VOCI AL MERCATO

 

 

C’è dalle parti

a sud di Messina,

un mercatino

del rione accanto.

Ove dall’ora

presto la mattina,

si spende poco

e porti a casa tanto.

E gira tutt’intorno

tanta gente,

c’è l’avvocato; con

l’ufficio in centro

e la vecchietta

dal cammino lento.

“Mulincianeddi,

vi dugnu regalati.”

“Haiu li pumadoru

pi nzalata.”

“Nu panareddu i fica

milli liri”

Si gira,ci si ferma,

si discute.

“Don Natalinu,

è frisca sta ricotta?”

“a ghiosa nira

che megghiu di frauli”

 

Ci tiene il messinese

a mangiar pesce,

e qui nel nostro mare

si pesca qualita’,

che in altri posti

puoi solo sognare.

“A frischizza  di custaddeddi;

a cincu,a cincu.”

“A oparedda pi picciriddi.”

“Spatula haiu, cu ciauru

du mari”

“O Nunziatedda

Quantu nna pigghiari?”

T’inoltri tra le luci

ed i bancali.

“Quantu cosi

c’avemu sta junnata:

Majatica,alalonga

e pisci spada.”

 Sì è fatto mezzogiorno,

la gente adagio

a casa fa ritorno.

Si chiude il mercatino:

torna il silenzio,

l’ultimo venditore

s’allontana.

Tra poco arriva          

la nettezza urbana.

 

                                                                                                 Nazzareno Giordano  30/05/1995

 

 


LE STELLE

 

Com’e’ terso

il mio cielo

di sera.

Trapuntato di

mille diamanti.

Sono tanti,lontani,

distanti.

Sembran lucciole

fisse lassu’

 

Oh ci fossero

qui’ ove vivo,

quelle piccole luci

incantate,

quanti occhi

le avranno ammirate,

annegate nel cielo

piu’ blu.

 

Io bambino pensavo

al buon Dio,

che ogni sera

tenendosi pronto,

aspettar che

arrivasse il tramonto;

Dallo scrigno

prendesse le stelle,

e scegliesse per me

le piu’ belle,

cospargendole

sopra il mio cielo.

 Fino a che,

sopraffatto dal sonno,

m’assopivo sul seno

di nonna,

con le stelle…e

la sua ninnananna.

 

 

                                                                     Nazzareno  Giordano

                                                                      settembre  1995



QUESTI VERSI, FURONO DA ME SCRITTI DI GETTO, AL TEATRO

MANZONI DI MONZA,OVE MI RECAI UNA SERA,PER ASSISTERE

AD UN CONCERTO PRECEDENTEMENTE TANTO RECLAMIZZATO,

OVE AVREBBE DOVUTO CANTARE IL TENORE GIUSEPPE DI STEFANO.

FURONO PRESENTATI INVECE DEI “ TENORI E SOPRANO”

CHE TUTTO AVEVANO,TRANNE CHE LA VOCE.

A LU CUNCERTU

 

Venunu finalmenti i novi i sira,

tutti li dami,misi ca pilliccia,

parati a festa comu fussi a Vara.

vinniru pi vidiri don Pippinu.

 

S’apri u sipariu,addumunu li luci.

cantunu quattru vuci scaccagnati.

U manifestu fora, parra chiaru.

“ STASIRA ANNATI TUTTI A LU TIATRU,

DI STAFANO VI VOLI RICRIARI ”

 

Inveci, si presenta supra u paccu,

unu cha lu chiamavunu “TINURI”

Poi veni fora na “SUPRANU”

chiu’ sicca di na jiatta china i fami.

 

E ancora a genti aspetta Don Pippinu,

forsi “Mischinu” ammenzu a jiatti e cani,

iddu, chi a lu successu e’ abituatu,

cantari ammenzu a tutti sti anumali,

pi la virgogna persi puru u ciatu.

 

                                         Nazzareno Giordano  1988


MALASORTI

 

Ora vi cuntu                                                  E, veni la sirata

comu fu lu fattu ,                                           disgraziata.

di nu beddu                                                   Iddu cu cori

figghiolu sfuttunatu :                                    chinu di lamentu ,

Pi sorti e gilusia                                             mmazza cu furia

finiu a so vita                                                 a so’  nnammurata.

mmanittatu.                                                   E di la morti

                                                                      C’intona lu cantu.

E fu cosi’ chi

lu nostru picciottu,                                        Ora d’arreti a

c’avia ddu occhi                                            quattru sbarri n’cruci

beddi comu u mari,                                        Ntoni ,passa

passava la jurnata traficannu,                         lu tempu  passiannu.

a buscari quaccosa pi manciari.                     E…. janca  supra

                                                                        un lettu di spidali ,

E fraquentava tanta malagenti,                       c’è a fimmina

e fimmineddi di                                              cchiu’ bedda i Provinciali.

vecchiu misteri.

Puttava sempri

a lama nta sacchetta.

amici erunu; i latri

e li pizzenti.

 

E fu cosi’ chi

na sula vaddata,

di na bedda figghiola

i Provinciali :

Comu si nenti fussi

all’intrasattu,

ci fici gia’

canciari la sunata.

 

E dopu na jurnata

di travagghiu,

curria   pi truvari

a nammurata.

E si miravigghiava

comu mai:

Quannu vidia a idda

stava megghiu.

 

Parrannu e discurrennu

na sirata,

si vuliunu puru maritari,

pinzannu puru

a tanti picciriddi,

e na bedda famigghia

ricittata.

 

E fu cosi’ chi

ddu bravi figghioli,

non ficiru li cunti

cu la Sorti .

Chi pi sintiri

un saccu di paroli,

sa pigghia puru

cu la brava genti.                                               Nazzareno Giordano    2001

IL VECCHIO CHIOSCO DI BIBITE A PIAZZA CAIROLI

 

 

 

ODOR DI FERROVIA

 

Caldi meriggi d’estate ,

panini le pesche, e il berretto

bianco con le falde abbassate.

Secchiello di latta e paletta

si andava gioiosi pel mare.

Distava non molto

il mio mare da casa,

un attimo e ci si arrivava

passando da sopra il sentiero

del ponte , con la farrovia .

Odor di carbone,

di bianchi pennacchi di fumo.

Odor di binari , odore

di sassi sulla massicciata.

E l’occhio scrutava lontano

e il passo lambiva , rotaie

e sassi   e travi di legno,

d’appresso il passare del treno.

E dietro quel bianco muretto,

l’azzurro infinito del mare,

i massi del nero vulcano,

le onde, dal gaio cantare.

E non mi spiegavo perche’

riempiendo il secchiello di mare,

tornando a giocar sulla riva,

l’azzurro del mar scompariva.

E dietro da sopra il pendio,

risento l’odore del treno,

rivedo quel bianco di fumo,

la gente che sta a salutare.

 Addio vecchio tempo passato.

Addio fumo bianco odoroso.

Addio fanciullezza gioconda.

Addio maregrosso mio amato.  


TRASPARENZE

 

E’ l’acqua chiara

del mio chiaro mare,

che verde o azzurra

ti rischiara il cuore.

 

Bello di schiuma bianca,

infrange i flutti

la sulla nera pietra,

inerme e stanca.

 

Sta sulla rena,ritto

il pescatore

intento ad infilzar

l’esca sull’amo;

 

Mentre la vecchia

mel suo casolare,

curva la schiena

sopra il suo ricamo.

 

                                                                                                  Milano  ottobre 2000


 

15 AGOSTU

  

U CHINNICI D’AGOSTU

TUTTI L’ANNI,

PA GENTI DI MESSINA

E’ FESTA RANNI.

 GIA’ DA MATINA PRESTU

SI PRIPARA,

A BEBBA PRUCISSIONI

DI LA VARA.

 E VENUNU DI FORA

E DI PAISI,

TANTI PALEMMITANI

E CATANISI.E TANTA GENTI

DI LUNTANA VIA.

DI SPADAFORA,GESSU

E CASTANIA.

E SUPRA L’ACQUA

SCIDDICA LA VARA.

A TIRUNI,

E CAMINA PARA PARA.

E TURUNU LI CORDI,CADUNI

SI ISUNU,

VOTUNU A TESTA

E VADDUNU A MARIA,

CHI SUPRA A MANU

DU SO FIGGHIU BEDDU,

PARI CHI VOLA,

COMU N’ACEDDU.

CHISTA E’ A JURNATA

DA MADUNNUZZA

CHI VOLA N’CIELU

COMU N’APUZZA.

 CHISTU E’ LU JORNU

DA MATRI SANTA,

CHI TI CUMMOGGHIA

CU LA SO MANTA.

                                                           NAZZARENO GIORDANO

 

                                                         15 AGOSTO 2000