IL RE CHE FECE
LA CONTRORIVOLUZIONE
La lotta sanguinosa tra Francesco II di Borbone e suo
cugino Vittorio Emanuele II
Il
17 marzo del 1861, mentre festosamente a Torino si proclamava l'unità d'Italia
e Vittorio Emanuele II già Re di Sardegna veniva nominato dal primo parlamento
italiano Re d'Italia, a Roma lo spodestato Francesco II ex Re delle due Sicilie
(ospite del papa Pio IX suo grande alleato) costituì il primo governo borbonico
in esilio con il fine ambizioso di recuperare il suo regno.
II 5 aprile dello stesso anno Francesco II inoltrò una protesta a tutte le corti che riconoscevano i suoi diplomatici ( tra queste c'era anche l'Austria), per mettere in evidenza l'illegalità di Vittorio Emanuele II che fondava il suo diritto sulla rivoluzione. Quindi si mise alla testa dei napoletani legittimisti che a Roma non erano pochi, contro quello che egli considerava un usurpatore: suo cugino Vittorio Emanuele II. Il confine pontificio fu sfruttato ampiamente dai borbonici, con la connivenza della gendarmeria pontificia e le incursioni di bande legittimiste nell’ex reame di Napoli furono frequentissime. Ebbe inizio, così, per la parte continentale dell’ex regno delle due Sicilie, il periodo sanguinoso e cruento della controrivoluzione (1861-1865) che costò la vita a migliaia di contadini della Lucania, Basilicata, Puglie, Campania, Terra del Lavoro e degli Abruzzi; colpevoli di aver voluto cacciare da Napoli gli invasori piemontesi e di aver, voluto stabilire il governo di Franceschiello abbattendo gli stemmi sabaudi, reinnalzando quelli borbonici e nominando governi provvisori. Questo periodo, ricordato dalla storiografia ufficiale come il brigantaggio meridionale, fu in verità una vera e propria sollevazione popolare contro il malgoverno e la tirannide piemontese.
Troppo tardi però le umili genti
del sud capirono di essere state prese in giro con l’unità d'Italia e che il
fratello italiano del nord non era che un oppressore che le considerava al pari
di una colonia dell'Africa. Ecco il testo integrale d! un appello alle armi dei
comitati borbonici dopo la chiamata dei meridionali per il servizio militare
obbligatorio nell’esercito piemontese:
“All'Armi, All'Armi!!! abbasso
la rovinosa leva dello scomunicato ed empio Vittorio Emmanuele. Viva i prodi
volontari dell'eroe di Gaeta Francesco II Re del Regno Delle Due Sicilie.
All'armi, All'armi!!!”. Più volte i legittimisti del Sud ebbero l'ardire di
occupare per qualche giorno importanti cittadine come Melfi, Calitri, Lavello,
Venosa, Pontelandolfo, Casalduni e di mettere in fuga la famigerata Guardia
Nazionale e “l'eroico” esercito piemontese; come a Ruvo del Monte dove l'ex
caporale dell'esercito borbonico Carmine Crocco Donatelli accettò addirittura
battaglia in campo aperto con un reggimento di fanteria e due squadroni di
cavalleria piemontesi che costrinse alla ritirata dopo una giornata di scontri.
Per soffocare questa rivolta all'Italia del nord servirono più di 120.000
uomini (metà dell'esercito di Vittorio Emanuele II) e quattro lunghi anni di
rastrellamento spietati. Alla fine i caduti furono il doppio di quelli della
seconda guerra di indipendenza che fece nascere l'Italia. Il gen. Cialdini
(l'espugnatore di Gaeta, dove Francesco II difese strenuamente ed eroicamente
insieme alla moglie Maria Sofia il proprio onore di Re delle due Sicilie) non
fu all’altezza di portare avanti questa guerra non convenzionale e dopo diversi
smacchi fu rimpiazzato dal più pratico gen. Pallavicino che con agguati,
tradimenti e spie sterminò intere bande di rivoltosi. Questo olocausto del sud
finì nel 1865, con la crudele e quasi totale terminazione dei contadini
legittimisti. Gli scampati alla strage dello stato piemontese, che impose alle
popolazioni meridionali l’unità d’Italia con le baionette, emigrarono in
America dove furono presto raggiunti da parecchi loro compaesani “neutrali”,
costretti ad abbandonare la loro terra natale per non morire di fame. Altri
braccianti del sud andarono a prestare la loro manodopera nelle grandi
fabbriche del nord per una paga da fame; pur di non subire più le prepotenze
dei baroni locali e della rapace borghesia liberale che ricopriva tutte le
cariche pubbliche e che si era accaparrata con pochi spiccioli tutti i feudi
espropriati alla Chiesa (che
originariamente dovevano essere
spartiti tra i più poveri). Il sud diventava così un inesauribile serbatoio di
manodopera a buon prezzo per il nord.
Ma lasciamo da parte questa
triste pagina della nostra storia che fece sorgere la questione meridionale,
ancora attuale, della quale per parlarne non basterebbe un libro, e torniamo a
Francesco II. L'ex re delle due Sicilie continuò utopisticamente a sperare di
tornare sul trono di Napoli fino al 1870; anno in cui gli italiani entrarono in
Roma abbattendo il potere temporale della Chiesa e costringendo Francesco II a
ritirarsi in Francia, a Parigi (dove ormai lontano dalla patria perse ogni
residua speranza di restaurazione). Nel 1982, proprio durante le celebrazioni
“politicizzate” del centenario della morte di Garibaldi, sono tornati alla luce
dall'archivio di Casa Borbone i diari di Franceschiello (piccoli quaderni
rilegati in pelle che vanno dal 1862 al 1894) che ci mostrano un aspetto
inedito della personalità del re napoletano, spodestato da Garibaldi. A suo
fratellastro Alfonso Duca di Caserta che si ostinava a chiamare Giuseppe
Garibaldi “Il filibustiere” l'ex re di Napoli così rispondeva: “E' una parola
che non voglio più sentire. I veri filibustieri sappiamo chi sono”. Riferendosi
chiaramente ai suoi generali che l'avevano tradito.
Dopo
la battaglia sull’Aspromonte, Francesco II manifestava la sua “tristezza per
aver veduto, dopo due anni, quello stesso Garibaldi preso prigioniero dai
piemontesi combattendo: mentre per noi la viltà e l'ignominia cel resero
vincitore in Sicilia e Calabria”. In un’ altra pagina del diario tra l'altro si
legge: “....Il mio paese geme sotto una occupazione che gli pesa massi me nelle
riscossioni…..”
Il nuovo governo infatti vessava
in modo esoso le miserabili popolazioni meridionali. Infine di interessante vi
è un capitoletto del 1868 sotto il titolo “Generali!!!!!!” (con ben sei punti
esclamativi), in cui il re compilò di proprio pugno un elenco dei suoi alti
ufficiali ponendo accanto ad ogni nome una annotazione. Ad esempio Ferdinando
Lanza fu definito “celebre coglione asinine”, Giuseppe Sigrist “minchione”,
Francesco Monelli “ciuccione”, Ferdinando Recco “nullità”, Camillo Buonopane
“Bestione”e così via...
Francesco II morì a soli 59
anni, dopo 33 di esilio, il 27 dicembre del 1894, ad Arco, nella zona
settentrionale della Gardesana; una località rinomata come luogo di cura e di
soggiorno per ammalati e convalescenti.
Forse se nel 1861 si fosse messo
personalmente a capo di un esercito legittimista, che avrebbe potuto costituire
tranquillamente a Roma dato che il materiale umano non mancava (infatti a Roma
erano migliaia gli ufficiali, i sottufficiali e i soldati dell'ex esercito
delle due Sicilie che si presentavano ai comitati borbonici chiedendo di
combattere per la monarchia napoletana) e neppure la collaborazione dello stato
pontificio, avrebbe potuto riconquistare il suo reame approfittando del
malcontento delle popolazioni meridionali con la stessa facilità con cui
Garibaldi glielo aveva strappato. Ma la storia non è fatta di forse e resta
solo il fatto inequivocabile che a Francesco II una cosa del genere non passò
mai per la testa. Certamente, quando Tomasi di Lampedusa lo definì, nel suo
celebre romanzo il Gattopardo “un seminarista vestito da generale” aveva
ragione da vendere...
(Mario Monari)
Da “La Gazzetta del Sud” di sabato 1 dicembre 1984