La Cittadella 1861-1991

 

dopo centotrenta anni ricordare l'ultima battaglia costituisce un dovere-memoria verso la nostra storia e radice da non dimenticare; invito alla rivalutazione di un grande patrimonio storico-sociale da salvare dalla distruzione.

Il 13 marzo 1861 alle sette del mattino fa il suo ingresso “trionfale” nella cittadella di Messina, con bandiera e musica, alla testa del 35° reggimento di fanteria del regno di Sardegna il generale Cialdini che dichiara prigioniera la guarnigione dell'ultimo baluardo borbonico in Sicilia, forte di più di 4.000 uomini.

Così ha fine il regno delle due Sicilie nell'ultimo lembo di terra dell'isola (Solo 4 giorni dopo, il 17 marzo 1861, festosamente a Torino viene proclamato il regno d'Italia). Al momento della resa. il generale Cialdini comandante delle truppe piemontesi di S.M. il re di Sardegna rivolge al comandante delle truppe borboniche di S.M. il re delle due Sicilie, generale Fergola, le seguenti parole in francese: “vous n'ètes pas des italiens, je vous cracherais sour le visage...” (“vi sputerei in faccia...”) e respinge la spada che l'anziano generale comandante gli offre. Non si concede neppure il meritato onore delle armi ai vinti e subito dopo alcuni ufficiali borbonici vengono processati con l'assurda accusa di aver fomentato, all'interno dell'ultima real piazza in Sicilia, la resistenza ad oltranza.

Ufficiali piemontesi del regno di Sardegna, che formalmente non ha mai dichiarato guerra al regno delle due Sicilie, processano dunque ufficiali borbonici come il colonnello Guillamat, il tenente Gaeta ed il tenente Brath che hanno fatto il loro sacrosanto dovere sino alla fine. Per loro fortuna la “tremenda" accusa si sgonfia e vengono assolti, dall'onesto generale del Regno di Sardegna Chiabrera, con formula piena in questo processo-farsa messa in piedi “dall'italianissimo” Cialdini contro “i servi più solerti di re Franceschiello” dei quali lo stesso Cialdini aveva chiesto la testa.

Gli altri componenti della guarnigione militare vengono internati in veri e propri campi di concentramento allestiti per l'occasione a Milazzo, Reggio Calabria e Sicilia.

Questa è la “ricompensa” che Cialdini ha riservato a Fergola ed ai suoi militi per aver subito quasi passivamente il micidiale fuoco di quarantatre nuovissimi cannoni rigati e dodici mortai delle truppe di S.M. il re di Sardegna, lasciando quasi del tutto inoperose le proprie quattrocentocinquantacinque vecchie bocche da fuoco a canna liscia che simultaneamente. avrebbero potuto atterrare la nostra celebre Palazzata. Non riuscendo ad avere ragione della caparbia resistenza in cittadella “l’eroico” Cialdini aveva concentrato peraltro il fuoco su quelle costruzioni che all'interno della fortezza ospitavano oltre mille civili, tra cui donne e bambini.

Aveva costretto in questo modo alla resa degli ultimi fedeli militi delle due Sicilie che non avevano voluto altre vittime innocenti tra il personale non militare, rimasto fedele anch'esso al re Francesco II di Borbone fino al punto da condividere privazioni e rischi con i soldati stessi.

Da allora si sono sempre onorati e ricordati i garibaldini “liberatori” della Sicilia e gli oltre diecimila piemontesi che espugnarono la Cittadella di Messina; mentre i soldati napoletani e siciliani che la difesero eroicamente furono e sono vilipesi da tutti come scherani della tirannide borbonica.

Forse fu meno censurabile il malgoverno piemontese di Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, che impose alle popolazioni meridionali delle due Sicilie l'unità d'Italia con le baionette e che le trattò alla stessa stregua di una colonia dell'Africa? certamente no. Ma ormai noi “sudisti” siamo abituati sin dai banchi di scuola ad osannare questi “eroi” del risorgimento e ci vergognamo se trai nostri avi c'è stato un militare o un civile che generosamente ha combattuto, credendo in buona fede di essere nel giusto, sotto la bandiera delle due Sicilie nella difesa della Cittadella di Messina nel 1861.

Onore quindi ai “maledetti borbonici” della cittadella e ai loro quarantasette caduti dimenticati da tutti che non avevano alcuna premura di essere liberati “da Calibardo e dai bersaglieri del re Galantuomo”.

Il risorgimento se lo si guarda dalla loro parte è una grande tragedia.

E’ certamente più facile celebrare i vincitori che i vinti ed oggi, come i suoi ultimi i difensori, la cittadella di Messina è dimenticata e versa in uno stato di colpevole degrado veramente deplorevole.

Ancora una volta, dopo anni di inutili battaglie a favore della cittadella, vogliamo fermamente illuderci che l'indifferenza generale non ci faccia perdere definitivamente questo inestimabile e incompreso patrimonio storico della nostra città e che finalmente le autorità competenti e la nostra stimata e sensibile classe politica vogliano fare qualcosa di veramente concreto prima che sia troppo tardi.

(Mario Monari)