Il 13 marzo
1861 alle sette del mattino fa il suo ingresso “trionfale” nella cittadella di
Messina, con bandiera e musica, alla testa del 35° reggimento di fanteria del
regno di Sardegna il generale Cialdini che dichiara prigioniera la guarnigione
dell'ultimo baluardo borbonico in Sicilia, forte di più di 4.000 uomini.
Così ha fine il
regno delle due Sicilie nell'ultimo lembo di terra dell'isola (Solo 4 giorni
dopo, il 17 marzo 1861, festosamente a Torino viene proclamato il regno
d'Italia). Al momento della resa. il generale Cialdini comandante delle truppe
piemontesi di S.M. il re di Sardegna rivolge al comandante delle truppe
borboniche di S.M. il re delle due Sicilie, generale Fergola, le seguenti
parole in francese: “vous n'ètes pas des italiens, je vous cracherais sour le
visage...” (“vi sputerei in faccia...”) e respinge la spada che l'anziano
generale comandante gli offre. Non si concede neppure il meritato onore delle
armi ai vinti e subito dopo alcuni ufficiali borbonici vengono processati con
l'assurda accusa di aver fomentato, all'interno dell'ultima real piazza in
Sicilia, la resistenza ad oltranza.
Ufficiali
piemontesi del regno di Sardegna, che formalmente non ha mai dichiarato guerra
al regno delle due Sicilie, processano dunque ufficiali borbonici come il
colonnello Guillamat, il tenente Gaeta ed il tenente Brath che hanno fatto il
loro sacrosanto dovere sino alla fine. Per loro fortuna la “tremenda"
accusa si sgonfia e vengono assolti, dall'onesto generale del Regno di Sardegna
Chiabrera, con formula piena in questo processo-farsa messa in piedi
“dall'italianissimo” Cialdini contro “i servi più solerti di re Franceschiello”
dei quali lo stesso Cialdini aveva chiesto la testa.
Gli altri componenti della guarnigione militare vengono internati
in veri e propri campi di concentramento allestiti per l'occasione a Milazzo,
Reggio Calabria e Sicilia.
Questa è la
“ricompensa” che Cialdini ha riservato a Fergola ed ai suoi militi per aver
subito quasi passivamente il micidiale fuoco di quarantatre nuovissimi cannoni
rigati e dodici mortai delle truppe di S.M. il re di Sardegna, lasciando quasi
del tutto inoperose le proprie quattrocentocinquantacinque vecchie bocche da
fuoco a canna liscia che simultaneamente. avrebbero potuto atterrare la nostra celebre
Palazzata. Non riuscendo ad avere
ragione della caparbia resistenza in cittadella “l’eroico” Cialdini aveva
concentrato peraltro il fuoco su quelle costruzioni che all'interno della
fortezza ospitavano oltre mille civili, tra cui donne e bambini.
Aveva costretto
in questo modo alla resa degli ultimi fedeli militi delle due Sicilie che non
avevano voluto altre vittime innocenti tra il personale non militare, rimasto
fedele anch'esso al re Francesco II di Borbone fino al punto da condividere
privazioni e rischi con i soldati stessi.
Da allora si
sono sempre onorati e ricordati i garibaldini “liberatori” della Sicilia e gli
oltre diecimila piemontesi che espugnarono la Cittadella di Messina; mentre i
soldati napoletani e siciliani che la difesero eroicamente furono e sono
vilipesi da tutti come scherani della tirannide borbonica.
Forse fu meno
censurabile il malgoverno piemontese di Vittorio Emanuele II, re di Sardegna,
che impose alle popolazioni meridionali delle due Sicilie l'unità d'Italia con
le baionette e che le trattò alla stessa stregua di una colonia dell'Africa?
certamente no. Ma ormai noi “sudisti” siamo abituati sin dai banchi di scuola
ad osannare questi “eroi” del risorgimento e ci vergognamo se trai nostri avi
c'è stato un militare o un civile che generosamente ha combattuto, credendo in
buona fede di essere nel giusto, sotto la bandiera delle due Sicilie nella
difesa della Cittadella di Messina nel 1861.
Onore quindi ai
“maledetti borbonici” della cittadella e ai loro quarantasette caduti
dimenticati da tutti che non avevano alcuna premura di essere liberati “da
Calibardo e dai bersaglieri del re Galantuomo”.
Il risorgimento
se lo si guarda dalla loro parte è una grande tragedia.
E’ certamente più
facile celebrare i vincitori che i vinti ed oggi, come i suoi ultimi i
difensori, la cittadella di Messina è dimenticata e versa in uno stato di
colpevole degrado veramente deplorevole.
Ancora una
volta, dopo anni di inutili battaglie a favore della cittadella, vogliamo
fermamente illuderci che l'indifferenza generale non ci faccia perdere
definitivamente questo inestimabile e incompreso patrimonio storico della
nostra città e che finalmente le autorità competenti e la nostra stimata e
sensibile classe politica vogliano fare qualcosa di veramente concreto prima
che sia troppo tardi.
(Mario Monari)