LA VARA

una tradizione che si perpetua ogni anno a Ferragosto

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Cosmografia, teologia, scenotecnica: sono queste le componenti fondamentali che fanno della "Vara" messinese dell'Assunta, una delle più celebri e antiche "machine" devozionali festive ancora esistenti in Europa. Secondo Giuseppe Buonfiglio, erudito messinese che scriveva nel 1606, all'origine "..... si soleva condurre in trionfo una statua a cavallo di Nostra Donna con gran festa....", e, quindi,"....tenevasi per simil conto un caval leardo, la cui sella trionfale di velluto cremisino riccamato d'oro a tronconi si conserva per sin'al di d'hoggi nel luogo nomato il Tesoro...." (Il Tesoro del Duomo), fino a quando "...... Un certo Radese inventò il carro nomato la Bara, et allhora in poi, in cambio della statoa, si conduce questa al solito ogn'anno. Ben vero che in più piccola forma, finchè fu aggrandita dal costui genero Mastro Giovannello Cortese, et poi dal Mastro Jacopo, hoggi vivente che nulla più". Mancando la documentazione dell'archivio del Senato di Messina, portata in Spagna dopo la fallita rivolta del 1674-78, si possono avanzare solo ipotesi sulla data di costruzione della grande "Machina" devozionale: una di queste, fra le più attendibili, è quella di Rodo Santoro che ne propone l'origine al 1535, come trasformazione "della machina da Carro Trionfale laico in Vara devozionale per l'Assunta", dopo l'ingresso a Messina dell'imperatore Carlo V, cui era stato dedicato il "Carro", probabilmente progettato da Polidoro Caldara da Caravaggio, che aveva curato la realizzazione degli "archi trionfali". Secondo Santoro, il Radese fu l'esecutore materiale della Vara, dietro commissione del Senato, mentre Francesco Maurolico ne fu l'ideatore. La Vara, in sostanza, rappresenta la sceneggiatura dell'assunzione dell'anima della Vergine in cielo, mediante un complesso apparato sviluppato a piramide e mosso da diverse figurazioni, un tempo viventi, sul tema del teatro edificante delle rappresentazioni sacre, che ebbe grande diffusione dal Medio Evo in poi. Partendo dalla piattaforma del "cippo", sulla quale è rappresentata la "Dormitio Verginis (morte della Vergine)", la cui Bara era contornata da dodici Apostoli secondo la disposizione canonica delle figurazioni bizantine, la cosiddetta "Koinesis", salendo, sono raffigurati i "sette cieli" (il Paradiso), che l'anima della Madonna attraversa nella sua ascensione. Quindi, in aderenza alla concezione tolemaica dell'Universo - la Terra al centro, ed il Sole, la Luna e gli altri Pianeti, ruotanti intorno ad essa - il Sole e la Luna girano sorreggendo, nei rispettivi raggi più lunghi, fanciullini vestiti da angioletti (un tempo erano quattro, a simboleggiare le virtù teologali) e, al culmine, la figura di Cristo, che con la mano destra, porge all'"Alma Maria" (l'Anima della Vergine), all'Empireo, dove c'è la beatitudine e la diretta visione di Dio. l?influenza della Divina Commedia di Dante Alighieri, in tale complessa e colta raffigurazione scenica, è evidente, e contribuisce ad avvalorare l'ipotesi di un intervento del Maurolico, dotto scenziato ed umanista del Cinquecento. A trascinare la Vara, mediante lunghe corde, è il popolo messinese, con l'azione congiunta di "capicorda", "vogatori", "timonieri" e "comandante". Al grido di "Viva Maria" si ripete così ogni anno, una storia di fede lunga cinquecento anni.