SCHEDA PALAZZO DI GIUSTIZIA

 

 

Il progetto, commissionato a Piacentini dal Ministero dei LL.PP. nel 1912, venne redatto agli inizi dei 1913; i lavori, intrapresi nello stesso anno, furono sospesi quasi subito e per tutto il periodo bellico, per ovvie difficoltà di finanziamento.

Nel 1923, alla ripresa dei lavori, Piacentini modificò la risoluzione architettonica dei prospetti, lasciando quasi del tutto invariata la parte strutturale e distributiva dell’edificio; ottenne la direzione artistica dell'opera e designò quale suo rappresentante sul cantiere l'arch. E. Rapisardi. La direzione dei lavori venne assunta dall'ing. A. Fiorentino e successivamente dall'ing. S. Ragusa, mentre l'appalto dei lavori venne ag­giudicato all'impresa C. Salvato.

Il Palazzo, che occupa una superficie di mq. 5.400 (su di un'area totale di 16.000 mq.) è articolato in tre corpi di fabbrica, di cui quello centrale più grande e più alto (16 mt. f.t.) collegato ai due laterali (12 mt. f.t.) da due gallerie che si innestano sulle tre aule dei Passi Perduti. L'edificio centrale comprende al piano terra le due Preture e la Corte d'Assise, al primo piano le due aule della Corte d'Appello; l'edificio di destra ospita il Tribunale Penale, mentre quello di sinistra il Tribunale Civile. Gli ingressi principali, uno per ciascun edificio, sono prospicienti le vie Cannizzaro, dell'Università, Battisti; l'adozione per ragioni antisismiche, di un unico piano di posa per la platea generale, ha comportato, in relazione al leggero declivio dell'area e delle strade adiacenti, diversi rapporti altimetrici dei prospetti laterali, rispetto ai piani stradali, per cui, mentre l'edificio di sinistra è piuttosto emergente, quello di destra è leggermente incassato.

L'osservazione attenta dei pochi grafici reperiti, che si riferiscono alla configurazione progettuale primitiva (1913) dà conferma della formatività culturale di derivazione eclettica dell'autore; a parte l'enfasi decorativa di alcuni inserti relativi al corpo centrale e nonostante l'adozione di un ordine " gigante " di derivazione tardorinascimentale, per il sistema delle paraste che scandiscono i prospetti, e nonostante la notevole elaborazione decorativa dell'attico centrale, sussistono motivi compositivi di riequilibrio quali i ritmi delle bucature, le pause costituite dai " vuoti " delle gallerie, le articolazioni più distese delle membrature architettoniche nei corpi laterali, che concorrono alla complessiva configurazione di una risoluzione di garbata eleganza.

La soluzione compositiva rielaborata nel 1923, per il progetto definitivo, irrigidisce gli stilemi adottati, non tanto nell'articolazione volumetrica che mantiene come detto il dato planimetrico e distributivo iniziale, dal quale discende un congruo equilibrio di masse, di parti aggettanti ed arretrate, quanto viceversa per l'adozione dell'ordine " gigante ", rielaborazione sintattica dei " dorico pestano ", che nelle parti frontali leggermente aggettanti degli edifici, adotta semicolonne scanalate mentre nelle pareti restanti il ritmo verticale è scandito da paraste. La ricerca di esiti di severa monumentalità trova infine conclusione nelle trabeazioni e negli alti attici, nei quali si accentua il senso di grave compattezza, determinato anche dalla limitazione degli aggetti per ragioni antisismiche.

L'analisi delle componenti tipologiche, tecniche, funzionali e linguistiche risolutive, induce a considerazioni critiche negative circa l'istanza monumentale riproposta nel ripristino di configurazioni stilistiche di chiara derivazione storicistica; ma il giudizio complessivo sull'opera deve tener presente anche quanto di positivo e congruente si possa riconoscere nelle componenti funzionali-distributive e tecnico-costruttive. Del resto, il giudizio formulato deve rapportarsi a quanto si andava proponendo in fase di ricostruzione, per una città con chiare intenzioni di " aggiornamento ', culturale ad opera di ingegneri che applicavano campionature di eclettismi pluristilistici ed esempi di manierismi floreali, con il risultato complessivo, non insignificante ma ancora poco indagato, di una somma di formalismi architettonici, nell'ambito di una dilatata articolazione degli spazi urbani.

Un ruolo di un certo interesse, nell'economia compositiva generale dell'edificio, assumono i materiali di rifinimento adottati e gli inserti decorativi; per entrambi si hanno, tra quanto rimane delle tavole di progetto, molti elaborati relativi ai computi metrici ma soprattutto tavole di dettaglio alle varie scale di rappresentazione che at­testano oltre modo, la cura e l'attenzione posta dall'autore nella definizione di ogni particolare costruttivo e di rifinitura. Gli " esterni " degli edifici, intonacati a " graniglia " giallo-oro e segnati lievemente dalla rifinitura per fasce (ad imitazione delle lastre di pietra), trovano accordi cromatici e materici con i diversi inserti decorativi e scultorei, in primo luogo con le colonne doriche, le larghe profilature delle aperture al piano terra e le zoccolature, tutte in pietra di Solunto (mentre i tre portali principali di accesso sono profilati invece con pietra grigia di Cilliemi). Si elencano per chiarezza le ornamentazioni scultoree poste all'esterno

·         sul grande attico dell'edificio centrale, quadriga in bronzo e alluminio dello scultore Ercole Drei.

 

·         due tondi posti nell'attico dell'edificio centrale, rappresentanti "la Legge" e " il Diritto " dello scultore Giovanni Prini.

 

·         ancora sull'attico, quattro aquile dello scultore Nino Cloza.

 

·         sopra i sei finestroni dei piano terreno dell'edificio centrale, altrettanti tondi con le effigi di grandi giuristi messinesi, realizzati da Nino Cloza ed Eleuterio Riccardi.

 

·         le teste di Minerva sui portali d'ingresso dei palazzi laterali, sono di Bernardo Marescalchi.

 

·         i festoni agli angoli degli attici dei tre edifici, sono dello scultore Bonfiglio; dello stesso sono le teste di Minerva e i medaglioni dei prospetti secondari (sopra le finestre).

 

Negli ambienti interni ed in modo particolare nel Vestibolo, nelle sale dei Passi Perduti, nelle Aule, le zoccolature sono realizzate in marmo di Biliemi, affine all'antico " Africano ", nero e lucido; con lo stesso sono realizzati i portali a bugne ed il rivestimento dello scalone d'onore, oltre che le colonne libere e addossate, presenti nelle sale dei Passi Perduti. In molti degli ambienti, i soffitti piani o centinati a sesto ribassato, sono articolati secondo grandi lacunari che evidenziano le nervature in c.a. delle strutture di copertura ; nella sala dei Passi Perduti, i lacunari a vetri permet­tono l'illuminazione diretta con notevoli effetti chiaroscurali.

La decorazione scultorea e pittorica all'interno :

 ·        sul portale di accesso all'Aula delle Assise, grande statua in bronzo dello scultore Arturo Dazzí, rappresentante la " Giustizia

 ·        sui portali che immettono alle sale dei Passi Perduti, teste a tutto tondo raffiguranti " Athena Pallade " ; altre più piccole sulle porte minori, dello scultore Bonfiglio,

 ·        nelle absidi delle Aule, dietro le Tribune, allegorie in terracotta rossa su fondo nero dello scultore Alfredo Biaginí; sono rappresentati " il Vero il Bene e il Male il Giudizio di Paride ", " Athena ", etc.

 ·        infine, nei saloni dei primo piano, nei gabinetti di lavoro e nei salotti dei Presidenti delle Corti e dei Tribunali, alle pareti ed ai soffitti, affreschi allegorici realizzati dai pittori Adolfo Romano e Daniele Schmidt.